Bisogna montare spesso ma senza che i libri siano lasciati negli scaffali a coprirsi di polvere. N. Oliveira - Ecco, in questo blog ci occuperemo di libri... ma non solo.

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lunedì 27 febbraio 2012

Cap. XII

CAPITOLO XII
 
D'Aure (seguito). - L'Equitazione dei fratelli d'Abzac. – D’Aure, “fa scuola” ed è a capo del movimento equestre del suo tempo. – La sua equitazione. – L’equitazione istintiva regolamentata. – L’uso della redine di opposizione. – Utilizzo delle resistenze. –  Improvvisazione e tempismo – L’acquisto dei cavalli destinati alle scuderie reali; la loro valutazione. – Prodezze estemporanee di d’Aure alla fiera di Normandia e all’Haras du pin. – Le sue attitudini equestri. – “Le Cerf”. – Il “”testa coda”. – D’Aure fantasista. - La moda del trotto. – Il travalco.  – Il soggiorno a Saumur del 1838. – “Sans Pareil”. – D’Aure ingiustamente accusato di brutalità. – Il pony grigio di lord Seymour. – Il vecchio saltatore. – Dimostrazione dell’uso del capezzone, adoperato come punizione su “Courbeau”.
Ai tempi di d'Aure, il libro equestre di riferimento era quello Mountfaucon de Rogles Nota 1) che si ispirava ai vecchi Maestri a partire da de La Guerriniere; già allora, d'Aure concepiva un tipo di equitazione diversa e del tutto nuova rispetto a quel testo.

Fin da quando il conte, era allievo dei fratelli d’Abzac, Nota 2) e seguiva sopratutto le lezioni del visconte tutte basate sulla grazia e sulla finezza, capiva  che l’insegnamento della scuola di Versailles era incompleto e troppo conservatore.
Bisagna dire che i d’Abzac – pur mantenendo le tradizioni della vecchia scuola – avevano cercato di semplificare la loro equitazione che aveva – rispetto il passato - meno orpelli ed era meno ingessata.
Per gli d’Abzac, la bravura del cavallerizzo consisteva: - nel mettere il cavallo dritto, nel plasmarlo per migliorare le sue andature naturali, nel valutare le sue possibilità, nel governare le sue forze, e nel cercare quella vivacità Nota 3)  necessaria per dare  al cavallo spinta ed elasticità, in buona sostanza, avevano cercato di avvicinarsi alla semplicità e alla naturalezza già pronosticata nel secolo precedente dagli istruttori militari.
Ma non era ancora abbastanza, per essere in sintonia col nuovo corso equestre che voleva un’equitazione più ariosa ed un uso del cavallo più naturale.
D’Aure lo aveva capito, ed invece di seguire la novità o di  contrastarla – come avevano fatto la maggior parte dei cavallerizzi del suo tempo – al momento opportuno si appropriò di questo movimento indirizzandolo e « facendo scuola ».
Continuò a seguire la vecchia scuola per quello che riguardava l'addestramento di base del cavallo, ma lasciandogli la spontaneità e la naturalezza delle andature privilegiando la velocità , in una parola, voleva che il “suo cavallo” fosse performante.
I superamenti delle asperità del terreno e il salto degli ostacoli presero un posto importante nella sua equitazione. Introdusse la caccia e le corse a cavallo mettendole in completo accordo con l’equitazione praticata nella sua epoca. Nota 4)
Per lui, il lavoro di maneggio cessa di essere uno scopo fine a se stesso e diventa un mezzo per raffinare l’addestramento dei suoi cavalli che erano : - cavalli da maneggio d’inverno, da passeggiata d’estate e da caccia in autunno.
Alla stessa maniera, riteneva che l’addestratore dovesse saper tirar fuori il meglio da ogni cavallo, ma limitatamente alle sue esigenze e alle possibiltà  di ciascun soggetto. Nota 5)
Entrato « a gamba tesa » nell’ambiente equestre, capì che – in generale – l’equitazione dovesse essere semplificata il più possibile e che l’addestramento fosse proporzionato all’uso abituale del cavallo, comunque lasciando sempre intatta la sua energia e a valorizzando in ciascun soggetto le sue attitudini naturali .
Sapeva che applicando i giusti principi si poteva ottenere di più e meglio del solo uso delle  reiterate ripetizioni.
Possiamo definiere la sua una: - equitazione istintiva regolamentata, il cui scopo essenziale era rivolto alla formazione di cavalieri piuttosto che al perfezionamento di cavallerizzi confermati.
La svolta che d’Aure impresse all’equitazione, può essere paragonata alla semplificazione apportata dal d’Auvergne nell’equitazione militare, nel secolo precedente.
Il suo modo di andare a cavallo, così elegante ed ardito, la sua sicurezza e il suo mirabile assetto lo facevano - nell’equitazione di campagna - un cavaliere incomparabile.
Istruttore d’equitazione fuori dai canoni dell’epoca, era senz'altro un brillante cavaliere piuttosto che un fine accademico.
Benchè eccellesse anche nel lavoro di maneggio, si vedeva che non si trovava a suo agio in quell’ambiente e il suo impatto con lo spettatore era meno seducente.
                                                                                                                                                  
Il suo carattere lo portava a trascurare il lavoro certosino di ginnastica razionale necessario per ottenere la perfezione nelle arie di maneggio, i suoi obiettivi erano più immediati e non perdeva tempo in quelle situazioni.
Per non di meno, sapeva ottenere con facilità il movimento voluto, il suo scopo era quel movimento per se stesso e trascurava la bontà e la leggerezza dell'esecuzione.
Aveva una abilità sorprendente nell’uso della « redine di opposizione », usata per controllare le anche,  per contrastare le loro resistenze, per farle cedere, per metterle in opposizione tra loro, jnsomma, mediante le redini, le utilizzava a suo piacimento il treno posteriore . Nota 6)
Questa abilità a sfruttare le resistenze, unita alla potente tenuta, al carattere intrepido e alla sua sensibilità equestre lo portava ad improvvisare soluzioni a volte estrose ma sempre risolutive: - era geniale !
L’improvvisazione è sicuramente una gran qualità per l’artista equestre, certamente il lavoro sarà irregolare e a volte scorretto, ma indica il fatto che il cavaliere comprende il suo cavallo appena montato in sella, “gli leggei il pensiero” e - a seconda del soggetto - adopera i metodi e i mezzi necessari e più adatti a  governarlo.
Questo modo di agire, mette in mostra il talento e le qualità del cavaliere ma devo dire che  è senza prospettive per il cavallo che necessita dell’addestramento metodico -.
In tutti i casi, l’improvvisatore deve restare nei limiti del buon senso.
Infatti, se il cavaliere incrementa quelle richieste fatte senza le dovute basi, domandando dei movimenti complessi, ad esempio i cambiamenti di piede ripetuti , che -  in questo caso-  non potranno essere ottenuti che per caduta delle spalle e traversamento delle anche più o meno violenti, le conseguenze saranno disastrose per il cavallo, sopratutto se l’improvvisazioneviene ripetuta.
Inevitabilmente - prima o poi - il cavallo si ribellerà  a quelle azioni alle quali la prima volta ha obbedito perchè sorpreso ma che lo hanno fatto soffrire, e cercherà di resistere, se il cavaliere insisterà – sicuramente  – si metterà in difesa.


Quando d’Aure era istruttore di equitazione al maneggio di Versailles, l’acquisto dei cavalli era fatto tramite dei mediatori in servizio presso le scuderie.
Nella loro valutazione, i migliori cavalli da sella, o « chevaux de tete » - come erano chiamati, erano designati col nome di : - « briglia d’argento »  e di « briglia d’oro » quando entravano nei ranghi dei cavalli del Re.
Una volta l’allevatore riceveva 500 lire per una « briglia d’argento » e 1000 lire per ciascuna « briglia d’oro » .
I puledri restavano dai 18 mesi ai due anni nelle « riserve » dove venivano valutati  e in base al loro valore erano  assegnati ai vari ranghi .
Si pensava che la scelta dei cavalli dovesse essere fatta dagli stessi cavallerizzi che dovevano addestrarli e successivamente selezionarli secondo le loro attitudini, pertanto d’Aure si recava personalmente – tra le altre -  alle grandi fiere di  Normandie e a quella di  Guibray .
Fu in quelle occasioni che si videro delle cose sbalorditive e del tutto nuove per un cavallerizzo del Maneggio di Versailles : - inforcare e far andare con sorprendente maestria, dei puledri che fino ad allora erano stati lasciati liberi al pascolo e « avevano portato in groppa soltanto  le loro mosche » ... come dicevano gli allevatori normanni.
Montare dei simili soggetti con quella disinvoltura, farli andare alle tre andature, era uno spettacolo degno della ammirazione dei testimoni di quell’audacia.
Checchè ne dicessero alcuni entusiasti, poco esperti della materia, d’Aure non faceva equitazione con quei puledri, dominati dalla potenza del centauro e comunque non addestrati.
Per affontare l’equitazione la vera equitazione, un addestramento progressivo è assolutamente necessario..
Vi parlerò ora degli stalloni purosangue che montava d’Aure; cavalli di pregio, dai grandi mezzi e che erano stati abituati a scatenare tutte le loro forze nelle competizioni ippiche, la differenza di questi  coi  puledri normanni - così  restii -  era enorme.
Con questi animali, di così alta qualità e preparati in quella maniera, d’Aure poteva fare un uso più esteso della sua sensibiltà equestre e della sua capacità di improvvisare e del suo tempismo.


Durante la sua giovinezza e nei primi anni dell’età matura:  dal 1818 al 1840 – perchè l’età mette un limite alle prodezze che vado a raccontarvi -  d’Aure montò al « haras du Pin » un grande numero di stalloni purosangue senza alcuna preparazione coi quali poteva e sapeva usare altri mezzi che coi puledri “vergini” rischiosamente montati alle fiere normanne. Nota 7)
                                                                                                                                                                                               
Tra questi formidabili stalloni, bisogna ricordare « Tigris » : - era stato importato dall’Inghilterra e fu lo stallone  più importante che d’Aure abbia mai montato.
« Eylau » : -  nato all’haras du Pin, che provò qualche giorno dopo i suoi successi riportati in corsa nel 1839.
Con questo celebre stallone, dopo solo cinque giorni di addestramento, fece una ripresa intera di maneggio.
Bisagnava trovare un cavallo così dotato e così eccezionale come Eylau, per ottenere in così breve tempo dei simili risultati.
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Quando ero comandante di squadrone a  Saint Cyr, soggiornai col mio Maestro, allo haras du Pin, dove era stato mandato dal generale Fleury, allora Primo Cavallerizzo, ad organizzare una  scuderia per l’allenamento dei cavalli da corsa.
Durante la nostra permanenza, mi fece visitare la stazione di monta nei suoi dettagli, i dintorni, il maneggio, e mi partecipò i suoi ricordi ; mi mostrò anche la  pista dove – durante i giorni di corsa – metteva in mostra, tra gli applausi del numeroso “pubblico pagante”, i migliori stalloni dell’Haras. (nota)
Dope essersi dilungato sulle sue strepitose esibizioni aggiunse :  : « Lei ha bisogno di cavalli come questi : - dei cavalli pieni di spirito ».
Mi disse così, usando un’espressione cara ai vecchi cavallerizzi e attribuiva i risultati ottenuti e i suoi successi alla altissima qualità di quei stalloni.
All’Haras, In ricordo dei suoi numerosi soggiorni in quello che fu teatro delle sue prodezze, fu dato il suo nome alla strada che conduce al maneggio: - “Corso d’Aure”..
Inoltre vi è conservato un quadro che rappresenta d’Aure mentre monta -  davanti la moglie del Delfino di Francia - uno stallone dell’Haras : “ L’Eclatan”.


Il cavaliere d’Abzac, è stato direttore di quell’Haras, ho visto la – conservata con grande cura - la sua sella alla francese di velluto rosso bordata d’oro che usava nelle grandi occasioni.
In quanto ad improvvisazione, d’Aure, ha dato prova di destrezza e di abilità, aveva un’attitudine tutta particolare di saper dare brillantezza ai suoi cavalli e sapeva cogliere con raro tempismo, le occasioni che gli si presentavano.
Ma di certo il suo talento non si  limitava soltanto a queste circostanze.
Tuttavia, quelle che noi chiamiamo « difficoltà equestri », non rientravano nel suo stile.
Queste difficoltà, consistono nel poter cambiare – quasi all’infinito – i movimenti del cavallo in uno spazio ristretto nella loro espessione e nella loro direzione.
Questi esercizi - del tutto particolari - rientrano nell’equitazione artistica, al di là dell’uso normale del cavallo, in quanto richiedono una padronanza completa delle capacità del cavallo non necessaria per l’equitazione semplice ed ampia che d’Aure praticava.
Per ottenere queste variazioni di movimenti, con facilità per il cavaliere e senza sforzi esagerati per il cavallo, bisogna avere un controllo completo dell’animale che per rispondere senza averne dei danni doveva essere preparato e sciolto nella musculatura e nelle articolazioni.
Viceversa, come ho già detto, d’Aure lavorava i suoi cavalli sulle resistenze e non era nei suoi scopi ottenere un completa scioltezza del cavallo.
Eppure, sopratutto agli inizi della sua carriera,  non usava quella semplicità di azioni che sarebbe diventata la caratteristica peculiare della sua equitazione.
Infatti, così non fu  con « Le Cerf »  - cavallo che apparteneva al maneggio di Versailles – con il quale cominciò a crearsi la sua fama di cavallerizzo.
Ad un certo momento, mosso dalla smania di cambiamento, volle lasciare quel cavallo, per addestrarne un altro allo stesso livello. Il visconte d’Abzac, non era d’accordo e diceva che non avrebbe mai più trovato un cavallo all’altezza di quello. Pertanto, si merita che io racconti la sua storia.
« Le Cerf, era intero, baio di razza limousine. Con lui d’Aure faceva una ripresa complicata e senza interruzioni, galoppando alternativamente falso e giusto ed eseguiva una serie di cambi di galoppo via via sempre più serrati che scendevano a tre, poi a due tempi e accennava a qualche cambiamento al tempo.
Questi esercizi, suscitavano allora l’ammirazione degli spettatori, ma non avrebbero sorpreso i cavalieri che avessero già visto Baucher.
Ma riferito all’epoca di cui parlo, il meraviglioso lavoro di  Baucher non era nemmeno immaginato.Nota 8)
Quando, nel 1830, il maneggio di Versailles fu chiuso, i cavalli vennero venduti all’asta, Le Cerf  fu acquistato da Huntzuman il proprietario di  un maneggio a Parigi; alcuni anni più tardi, su richiesta di Lord Seymour – suo grande amico – d’Aure montò in sua presenza il suo antico cavallo di scuola.
Fu il canto del cigno del nobile animale, Lord Seymour impressionato dallo splendido spettacolo al quale aveva assistito, non volle che le Cerf arrivasse alla misera condizione di ronzino da noleggio : - senza pensarci su lo acquistò e lo fece abbattere. Nota 9)
Aubry, nel suo libro illustrato: « Histoire pittoresque de l'équitation » , mostra  d'Aure, che monta Le Cerf in tenuta da parata di « cavallerizzo cavalcante » ; anche nella quarta edizione del trattato di equitazione di d’Aure, pubblicato dopo la sua morte nel 1870 da suo figlio Olivier, si vede Le Cerf montato dar d'Aure, in tenuta da lavoro da cavallerizzo, ma il cavallo non è così ben rappresentato come nella pubblicazione di Aubry.
Eseguiva un movimento particolare - il “testa coda” Nota 10)- in maniera  molto brillante, che d'Aure metteva in pratica al gran galoppo.
                                                                                                                                                                                              Pag. 51
Non era solo Cerf ad eseguire quest’aria, la maggior parte dei suoi cavalli da scuola erano  addestrati a fare questo esercizio,  tra gli altri : -  Maître de Danse, cavallo irlandese che si faceva notare per la sua energia di esecuzione.
Questo cavallo, molto potente, proveniva dalle scuderie di lord Seymour ; ritenuto indomabile, d’Aure lo trasformò in uno dei cavalli da scuola tra i più affidabili che faceva montare ai suoi allievi.
A volte, metteva della fantasia nei suoi esercizi, ne dette prova per la prima volta con  Le Cerf : - lo metteva al galoppo e – a comando -  lo disuniva sia davanti che di dietro.
.Un altro esempio era nei movimenti disordinati che dava al trotto.
In un’epoca non troppo lontana, il trotto ebbe il suo momento di gloria nel cavallo da sella, la velocità al trotto era una qualità assai ricercata, può darsi che d’Aure, in virtù della sua posizione di leader del movimento equestre dell’epoca, dovesse seguire la moda del momento.
Ad ogni modo, in questa circostanza, dimostrò la superiorità del suo talento, con grande abilità riusciva a far trottar bene cavalli che – per loro natura – non erano portati verso quest’andatura.
Si può dire che avesse in questo una dote speciale.
VRiusciva a forzare all’estremo la rapidità del trotto, e devo dire a quale prezzo ottenne quei risultati straordinari di velocità particolarmente con  Madame Putiphar, una giumenta che apparteneva a  lord Seymour, infatti, quando il trotto supera una certa velocita, si  rompe e degenera in un  “traquenard” (traino) dai movimenti più o meno precipitati e disordinati  e se quest’andatura forzosa fosse sostenuta a lungo, sarebbe deleteria per la conservazione del  cavallo.
Per ottenere il traino, d'Aure lasciava il morso, che come ho detto, usava prevalentemente e prendeva il filetto con lo scopo di dare al cavallo più facilmente l’appoggio che doveva essere molto consistente in risposta all’energica tensione dell’incollatura richiesta dalla potenza stessa dell’andatura.
In questa degenerazione del trotto – che, è vero, permette di ottenere una grande velocità – e nel  galoppo disunito di Le Cerf, si trovano caratterizzate delle perversioni di andatura contrarie sia alla bellezza che alla salute del cavallo che non si possono spiegare altrimenti che come stravaganze
In realtà sono il contrario dell’obbiettivo che si deve proporre il cavallerizzo, che non deve intervnire sull’armonia dei movimenti che è naturale nelle andature libere dei cavalli ben costruiti ,  deve, al contrario sforzarsi di stabilirla quando il cavallo che monta non ne è dotato e l’armonia deve nascere –appunto -  dalla regolarità e dalla elasticità  delle azioni.
In una circostanza, che vado a riportare, d’Aure come « fantasista », si mostra sotto tutt’altro aspetto,  la scena che segue ebbe un grande clamore e a Saumur se ne è conservato il ricordo molto a lungo.
Nel 1838, il generale de Brack invitò d'Aure a passare qualche giorno a  Saumur, con lo scopo di mostrare alla scuola il grande cavaliere – che impersonava l’avanguardia dell’equitazione del tempo – in azione, affinchè i maestri di equitazione  di Saumur – che il generale trovava arretrati dal punto di vista equestre, ne traessero profitto.
D'Aure montò cinque volte, quattro volte da solo ed una volta al comando della ripresa dei cavallerizzi.
Quattro volte, accompagnato dall’ammirazione generale, l’eccezione si verificò quando, il famoso cavallerizzo montò Sans Pareil, il cvallo di scuola del tenente aiuto-cavallerizzo Michaux, che in seguito sarebbe diventato generale.
Sans Pareil, che io ho conosciuto e montato molte volte, era intero come tutti i cavalli che allora erano assegnati al servizio di maneggio, era di buona taglia, dal mantello sauro bruciato.
Nato nell’haras della scuola, era figlio di un prededente Sans-Pareil, che era stato cavallo di scuola del comandante Rousselet, e di Milady, giumenta di purosangue rinomato per il suo trotto che era appartenuta al generale Oudinot. Sans pareil era uno dei cavalli meglio costruiti e più brillanti del maneggio.
Potete vederlo esattamente rappresentato in un ritrattoa carboncino che io posseggo, è montato dal comandante Rousselet, che l’aveva addestrato, non ha la briglia, è condotto per mezzo di un semplice cordoncino passato nella bocca a testimonianza della finezza del suo addstramento e del talento del cavaliere.
La prima volta che d’Aure lo montò, : - forse ha voluto stupire i numerosi spettatori che si affollavano nella tribuna del maneggio,  forse ha voluto  provare che sapeva montare con grande superiorità un cavallo ben addestrato,  e - così come aveva già fatto prima – grazie alla sua tenuta a cavallo più che sicura e ai suoi mezzi di azione sarebbe potuto andare contro le regole ed aver ragione di un cavallo ben addestrato ma fatto portato fuori dalla  sua abituale perfezione con dei mezzi violenti.
                 
                                                                                                                                                                                              Pag.52
Si era appena messo in sella, che dette due colpi di frusta al collo di Sans Pareil, mai il nobile animale – di natura generosa ma molto irritabile – aveva subito un simile trattamento.
Si può immaginare il lavoro che ne seguì…da una parte il cavallo esasperato ed incollerito ; dall’altra parte il cavaliere che usando tuta la sua potenza lo costringeva all’obbedienza, questa scena si è protratta per tutta l’esibizione.
Per concludere, d’Aure tentò di far eseguire a  Sans Pareil alcuni cambiamenti di piede lungo la linea mediana della cavallerizza, ma quasi subito, il cavallo, si rifiutò, si fermò e poi si gettò verso il lato esterno del campo, lì ci fù una lotta veramente violenta nela quale – alla fine – il cavaliere riuscì a riportare il cavallo al centro del maneggio, dove d’Aure – una volta smonato accarezzò Sans-Pareil biaco di schiuma, coifianchi insanguinati e disse ad alta voce : - « Va là – tu sei un nobile animale, e io ti ho massacrato ! »
Gli fece eco una voce proveniente dal pubblico : - « E’ vero ! » era quella del tenente Michaux.
Il giorno dopo, d’Aure montò ancora Sans Pareil, ma stavolta con tutte le accortenze dovute al suo addestramento raffinato.
Sebbene il cavallo fosse ancora traumatizzato dall’abuso subito il giorno precedente, d’Aure superò il suo nervosismo con un tatto del tutto opposto ai metodi vilolenti usati precedentemente.
Allora il cavallerizzo si mostro in tutta la sua classe, facendo risaltare le enormi qualità di Sans Pareil, in un lavoro  impeccabile come correttezza e pieno di impulso.
Questa volta – appena fece piede a terra – fu applaudito da tutto il pubblico.
Certamente d’Aure fu violento con Sans-Pareil, ma da questo non dobbiamo dedurre – come già ho detto – che fosse abitualmente brutale e sopratutto che egli fosse – come dicevano certi suoi avversari – un corruttore dell’arte equestre e un macellaio di cavalli.
Non nego, che a volte è stato duro, ma l’è l’uomo di cavalli che prima o poi non è caduto nel medesimo sbaglio ?
Io affermo che il cavaliere – anche quello poco energico – che non ha alcun rimprovero da farsi a questo riguardo, non ha mai montato a colpo sicuro nè ha cercato di addestrare molti cavalli.
Perfino a versailles, dove le forzature, le costrizioni e i metodi violenti erano severamente vietati, un testimone diretto mi ha raccontato che ha visto il visconte d’Abzac – il comandante di quel maneggio – dare dei colpi in testa, col manico della frusta, ad un saltatore che stava addestrando ai pilieri.
Dunque qual’è il cavaliere che durante la sua vita – malgrado sappia perfettamente che ciò sia biasimevole – non abbia ceduto qualche volta all’impazienza e alla collera ? Se si deve fare un’eccezione, questa deve essere  riferita senzaltro al comandante Rousselet.
Certamente d’Aure – sopratutto quando era giovane – ha dovuto abusare della sua potenza equestre : così come quando – cavallerizzo a Versailles – cercava dei cavalli difficili per confermare la sua tenuta in seguito alla disavventura – che io ho raccontato – quando usò la prima volta la sella inglese.
La natura di quei cavalli esigeva che il cavaliere si imponesse e certamente il giovane cavallerizzo cavalcante – più di una volta – dovette passare la misura.
Ma – d’Aure me lo ha detto molte volte – che usò la forza con i puledri delle fiere normanne e con gli stalloni dell’haras du Pin, perchè ogni volta era la sua vita in pericolo.
La brutalità è conseguenza della cattiveria, e d’Aure usava dire che il vero uomo di cavalli non può essere un uomo cattivo.
Soltanto, non gli piaceva essere preso in giro e la sua risposta era a volte severa.
A tal proposito voglio riportare due episodi accaduti quando teneva lezione a Parigi dopo la chisura del maneggio di Versailles.
Un giorno, lord Seymour, gli dette da montare un doppio pony per fare una passeggiata assieme sul Bois de Boulogne, il cavallo era di carattere predominante  e lo dimostrava violentemente quando – in compagnia . non poteva stare in testa al gruppo-
Lord Seymour, con intenzione maliziosamente si mise davanti e prese una grande andatura, d’Aure, dopo lcuni vani tentativi di contenere il pony,  lo lasciò andare con tutta la  foga che permetteva l’andamento del viale.
Arrivò il momento che il pony – perso il suo vigore – cominciò a sbuffare e a rallentare,  allora d’Aure lo mise allo sperone e lo fece correre ancora a lungo.
Il cavallo era esausto e spompato, il suo mantello grigio era diventato azzurro dal sudore, e quando d’Aure – raggiunse lord Seymour gli disse con tono ironico : - « Il suo pony  ha bisogno di stare un pò al passo, perchè dopo aver corso per conto suo l’ho fatto correre un pò per conto mio…ha un buon galoppo,  se lei vuole,  lo potremmo far diventare un buon cavallo da signora. »
Quella lezione comportò per il  pony soltanto uno strapazzo,  ben differenti furono le conseguenze per il cavallo col quale si voleva fare un brutto scherzo a d’Aure.
Aveva accettato di montare un cavallo che si diceva fosse assai difficile, non l’aveva visto prima del momento  di quando il proprietario assiema a dei suoi amici  lo portò nel maneggio.
Ai primi comandi, il cavallo rispose con dei balzi che ricordavano i salti delle arie alte, d’Aure non si impressionò, lui aveva montato ed addestrato dei saltatori alla scuola di Versailles, e capì di avere tra le gambe un vecchio saltatore e lo lasciò fare.
Dopo aver sopportato una serie di balzi molto violenti,  si accorse che il proprietario – assieme ai suoi amici – sorridevano alla scena.
Allora chiamò Pierre, il suo cameriere,  che ho conosciuto quando il suo padrone lo fece entrare alle scuderie imperiali come « sellaio ».
Gridò : - « Pierre, dammi il moi bastone. » e Pierre gli porse la sua robusta canna.
Poi rivolgendosi al proprietario del cavallo disse : - « Signore, fino ad ora il suo cavallo ha saltato per voi, ebbene d’ora in poi salterà per me. »
Allora, speronate e colpi di bastone si abbattettero sul malcapitato cavallo che per lo sforzo, contrasse una polmonite che gli fu fatale.
I due fatti che ho raccontato dei quali ho spiegato le ragioni hanno accreditato la fama di brutalità riguardo d’Aure, ed ebbero grande risonanza : - il primo sopratutto  per la notorietà di lord Seymour nel mondo sportivo, il secondo per la gravità delle conseguenze.
Durante i due anni che sono stato a Saumur come tenente istruttore non c’è stata alcuna occasione in cui ho visto il mio maestro fare azioni brutali,  se non una volta ma ai fini di insegnamento.
Si trattava di mostrare il modo di usare il capezzone come mezzo di punizione nel lavoro alla corda,  quelli che hanno addestrato dei cavalli viziati sanno che il caso può presentarsi.
Se il tirone al capezzone è dato quando il cavallo tira la longia o porta la testa al di fuori del circolo,  ha poco effetto. Bisogna portare la testa del cavallo un pò verso l’interno del circolo, poi scuotere la longia alzando nello stesso tempo la mano, quindi abbassarla più o meno velocemente a seconda della forza che si vuol dare al colpo di capezzone.
Dopo la dimostrazione corretta, d’Aure ci mostrò come questo mezzo – usato con poca abilità – possa essere violento.
Il cavallo scelto per la dimostrazione fu uno dei più mediocri del regimento, si chiamava Coubeau…in mezzo ai miei colleghi ci furono delle anime sensibili che si impietosirono per la sorte di Courbeau, che subì – è vero - una punizione immeritata ma forse giustificata dallo scopo didattico del maestro.

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